Incantati disincantati

Questo blog si apre parlando di teatro.

Con la recensione di “Incantati”, del Teatro delle Albe”, per l’esattezza.

Il 26 gennaio 1994 Silvio Berlusconi formalizzò il suo ingresso in politica – la cosiddetta “discesa in campo” – tramite un messaggio televisivo a reti unificate. Più o meno tre mesi dopo, l’8 aprile, al teatro Rasi debuttava “Incantati”, testo di Marco Martinelli destinato l’anno successivo a vincere il premio “Drammaturgia In/finita”. L’inventore di Forza Italia aveva appena iniziato a trasformare il calcio in un baraccone al servizio della televisione e a promettere a destra e a manca milioni di posti di lavoro, che già le Albe portavano in scena una storia d’incanto infranto, di bassezze arrivistiche, di tornaconti personali, di sport depredato dei suoi aspetti più puri. In “Incantati” – che ora ritroviamo, paradossalmente ancora più attuale e in forma di lettura scenica, di nuovo al Rasi – c’era già tutto. E c’era quasi per osmosi ambientale, come se il testo, che voleva rendere omaggio alla bellezza e alla poesia del calcio delle serie minori e dei campetti di periferia (non per nulla Martinelli lo dedicò al Pasolini calciatore, «che amava i campetti poveri e fangosi») non potesse che trasformarsi in una dolente elegia sulla corruzione sempre più evidente non solo dei valori di riferimento, ma anche dell’infanzia, della bellezza del gioco fine a se stesso. La “parabola dei fratelli calciatori” racconta in undici quadri con l’ineluttabilità di una tragedia come la vicenda del bambino prodigio Luca diventi per i tre fratelli Primo (Luigi Dadina), Stefano (Alessandro Argnani) e Palma (un’ispiratissima Michela Marangoni, nel ruolo che fu di Ermanna Montanari), che lo hanno tra i pulcini della propria squadra, e per la madre (Laura Redaelli), una questione di denaro, di fama, di calcolo, di bugie, lontanissima da qualsivoglia lirismo dei campetti periferici e dell’incanto di un bambino che gioca a pallone. «È un mondo non più incantato – dice Martinelli –, ma messo all’incanto: in vendita». In mezzo, i quadri onirici con i sogni di Stefano, il più sensibile, turbato e puro dei tre fratelli, guarda caso avviato alla follia. Come nei coevi “I refrattari” e “Bonifica”, Martinelli e le Albe danno vita in “Incantati” ad alcune delle loro più riuscite tragicomiche maschere della Bassa Romagna, quale sarà poi quel Pantani della scorsa stagione, che a “Incantati” deve tantissimo, anche lui a ricordarci senza scampo, malinconicamente e con “disincanto” che tutto ciò che non ci piace di questa Italia è sempre lì, dopo vent’anni, immobile e immodificabile.

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