Dopodomani. Pasqua. Mai.

Sono andato al Valtorto a vedere “fuori fuoco” del Teatro Onnivoro senza aspettarmi chissà cosa. “Il morbo”, qualche anno fa, non mi aveva detto molto. Ma era la prima roba che facevano, eccheccazzo un’altra chance gliela si dà, al buon Matteo Cavezzali. E poi in scena ci sono Max Rassu e Maio, che può anche bastare. Va beh, per farla breve, “fuori fuoco”, al di là di qualche sbavatura, è un lavoro della madonna, che fa morir dal ridere, ma che è pure intelligente, ironico, anche profondo, insomma una crescita mostruosa per l’Onnivoro. Boris e Vorto (rispettivamente Rassu e Maiani, semplicemente perfetti nei ruoli) sono due trentenni disoccupati, in attesa per l’ennesima volta nella surreale sala d’aspetto di un’ennesima azienda di entrare a sostenere un colloquio di assunzione. Non sanno nemmeno di che lavoro si tratti, hanno perso la cognizione del tempo e, evidentemente, della realtà, loro aspettano e basta. Il riferimento al Godot beckettiano di Cavezzali è evidente, ma è comunque solo tangenziale e, soprattutto, lieve, rispettoso, gestito con grande mestiere. Come del resto lo sono dall’inizio alla fine i dialoghi e l’evolversi (o involversi?) della situazione, sempre più grotteschi, ironici, assurdi, ma affilati e calibrati quasi al millimetro. Il mondo di Boris e Vorto non è ormai nemmeno quello del colloquio di lavoro, ma dell’idea di esso, della preparazione a incontrare fantomatici capi-azienda che forse nemmeno esistono, dell’essere pronti a soddisfare imprecisati requisiti. Una vita trascorsa in attesa in un non-luogo come l’anticamera di un ufficio, dove la reale possibilità di arrivare all’assunzione è talmente esigua da divenire un nonsense nel nonsense, con le ansie e i pensieri che poco per volta si allontanano dall’”obbiettivo” per spaziare in incongrue direzioni. E quando tutto sembra incanalato verso un finale di acquiescenza, sulla scena compaiono altri due personaggi a portare ulteriore scompiglio nelle idee già confuse dei protagonisti.
Da vedere.

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