Giù le mani da Arlecchino!

“Il servitore di due padroni” – nell’allestimento che il regista campano Antonio Latella (insieme al drammaturgo Ken Ponzio) ha la settimana scorsa portato in scena all’Alighieri di Ravenna – non sarà forse un capolavoro ma è sicuramente uno spettacolo importantissimo per l’attuale panorama teatrale italiano, un lavoro intelligente, coraggioso, commovente, di rottura, e soprattutto, molto semplicemente, bello. Prodotto da tre teatri stabili pubblici (Venezia, Prato ed Ert di Modena), al suo debutto veneziano nel teatro che proprio di Goldoni porta il nome (ma successivamente anche a Padova), lo spettacolo ha però suscitato un grande clamore, causato dalla lettura certo non convenzionale dell’opera – lontana anni luce da quella storica e ormai iconica di Giorgio Strehler – che per forza di cose va vista come un’operazione di riaffermazione della modernità del teatro di Goldoni, e non come una sua negazione. Ma se la reazione di Venezia è in qualche modo giustificabile, in virtù del legame particolare tra quel pubblico e il “suo” autore, lascia invece perplessi (ma anche no) quella della platea ravennate, anch’essa refrattaria a questo “contro-Arlecchino” e pronta ad abbandonare in massa la prima dello spettacolo, oltre che a protestare con veemenza durante l’incontro con la compagnia di sabato scorso. Un vero peccato, perché il gesto – di fronte a un lavoro stratiforme e complesso, e a un cast eccellente, Roberto Latini e Federica Fracassi su tutti – appare quasi forzato, isterico, come se la visione di un Arlecchino diverso fosse inaccettabile a prescindere, all’interno della stagione di prosa. Come se, nel 2014, vedere due tette fuori contesto, qualche ammicco omosessuale, o insomma qualcosa che non ci si aspetta in una messa in scena goldoniana, fosse ancora inaccettabile. E dire che il direttore artistico della stagione, Marco Martinelli, ha fatto negli anni un lavoro certosino, da una parte per sostenere il teatro più vicino ai canoni tradizionali della regia e dell’interpretazione, e dall’altra per dare spazio a visioni diverse, garantendo così una pluralità di linguaggi e offrendo agli spettatori un ampio panorama della scena teatrale. Tutto ciò per cercare, anno dopo anno, di eliminare le sterili divisioni tra teatro classico e teatro di ricerca, tra teatro Alighieri e teatro Rasi. “Il servitore di due padroni” di Latella – che si svolge in quello che sembra un albergo degli anni ’60 – parte dall’ipotesi che Arlecchino (qui Truffaldino, come nell’originale) sia in realtà il fratello incestuoso di Beatrice e che Clarice non abbia le idee chiare sulla propria identità sessuale (così come il di lei amante, Florindo), dirigendo in tal modo la drammaturgia a indagare i rapporti di coppia che anche in Goldoni non erano poi tutti così manichei. Da qui, ovviamente, la vicenda si destruttura (anche fisicamente!) in tutti i modi possibili, ma senza intenti iconoclastici, senza provocazioni fini a se stesse, bensì con un grande rispetto del testo (rispetto in senso lato, non pedissequo) e un amore smisurato nei confronti del teatro tutto. Non c’è un cazzo da fare, se al pubblico dell’Alighieri gli togli Glauco Mauri e Alessandro Gassman non te la perdona.

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