L’Inferno? Un posto meraviglioso

Inferno (ph. Nicola Baldazzi)

Dopo aver assistito più volte (va beh, un paio) a Inferno del Teatro delle Albe – e prima di scriverne – mi son tornate alla mente due esperienze fondamentali non solo per la mia vita di amante del teatro ma per la mia vita in generale. La prima la feci nel luglio del 1978, quando mia madre – a cui non sarò mai abbastanza grato (anche per innumerevoli altre cose) – ebbe la lungimirante idea di portare il proprio figlio dodicenne e non particolarmente attratto dalle arti performative al festival di Santarcangelo per due giorni consecutivi e fino a tardissima notte. Quell’edizione di Santarcangelo, si sa, è rimasta irripetibile nella storia, un evento praticamente epocale per molti aspetti – teatrale, in primis, ma anche sociale e, volendo, politico – ma dal mio punto di vista di allora rappresentò molto semplicemente la prova concreta che il mondo nascondeva varchi di onirica bellezza verso altre e sconosciute realtà. Come disse in seguito in merito a quell’estate del ‘78 Roberto Bacci, direttore di quell’edizione del festival, «credo che la vivemmo tutti, sia gli artisti che il pubblico, come una specie di trance, fu come un atto d’amore completo in cui il teatro e il pubblico s’incontrarono, si stupirono di quello che poteva nascere dall’esperienza teatrale. Tutte le regole del tempo e dello spazio furono trasformate, non esisteva più una logica comprensibile». Altro fatto di una certa rilevanza nella formazione della mia visione teatrale è invece l’Amleto “punk” di Eimuntas Nekrosius (costumi e scenografie naturali pazzesche, atmosfere estreme) visto al Franco Parenti di Milano nel 1997, in cui il suo rapporto con Shakespeare – e in senso lato con i “classici” – appare pervaso da un atteggiamento bivalente: di grande fedeltà ma con la necessità di “tradirlo” (ad esempio con la presenza di attori non professionisti, ma questo perché i personaggi son talmente vicini all’uomo che anche un non professionista può entrare esattamente nel ruolo e rendere il senso più profondo delle tragedie di Shakespeare). Ovviamente Nekrosius non era certo il primo a smontare e rimontare un classico o ad affidarsi ad attori non professionisti, ma diciamo che quell’Amleto era, per me, davvero la quintessenza di questo tipo di operazioni. Torniamo però all’Inferno. Il motivo di questa lunga, tediosa, inutile e pure non attinente premessa è legato all’individuazione di alcuni temi cardine del nuovo lavoro delle Albe, ossia l’eccezionalità, la valenza sociale e l’amore profondo e salvifico per i maestri del passato. Con buona evidenza – a meno che non siate un hater professionista – Inferno è un lavoro eccezionale senza mezzi termini. Anzi forse Inferno è lo spettacolo teatrale più incredibile mai realizzato. Raggiunge i limiti e li oltrepassa, a tal punto che partecipandovi si può provare stordimento. Pensi che tutto quanto – il teatro, gli attori, le musiche – stia per andare in frantumi. Il teatro Rasi è stato davvero trasformato dallo scenografo Edoardo Sanchi e dai tecnici delle Albe in una serie incredibile di bolge infernali, nelle quali, avvolti dalle tessiture sonore di Luigi Ceccarelli (gigantesco), si sperimenta una montagna russa di emozioni che va dallo stupore infantile al rapimento mistico. Emozioni che si rivelano anche più forti a seguito di tutta la prima parte dello spettacolo, che avviene all’esterno del Rasi, partendo dalla tomba di Dante, da dove gli eburnei Marco Martinelli ed Ermanna Montanari in guisa di duplice Virgilio conducono lo spettatore/Dante in un intenso corteo medieval-majakovskijano fino a teatro. Dentro, non c’è scampo. Ed ecco perché ho summenzionato le parole di Bacci: anche qui siamo in presenza di «un atto d’amore completo in cui il teatro e il pubblico s’incontrano e si stupiscono di quello che può nascere dall’esperienza teatrale».

In Inferno, che raccoglie i segni estetici, politici, poetici di tanti lavori passati delle Albe, l’aspetto che alla fine della fiera colpisce maggiormente (e qui sto parlando della valenza sociale del progetto) è il coinvolgimento di 700 cittadini (ravennati e non), cittadini che si rivelano il cuore pulsante dell’intera questione, con un entusiasmo, una dolcezza, una bravura, un’abnegazione e una ferocia che lasciano stupefatti. I loro cori – fondamentali per Inferno come lo sono attori, musiche e scene – sono di una bellezza e di una potenza devastanti; i soldati africani (e qui occorrerebbe una disamina a parte, considerata la complessa simbologia di cui tutta la scena è pregna) che ti danno il “benvenuto” agli inferi, le commoventi sei coppie di giovanissimi Paolo e Francesca, gli avari e gli scialacquatori, che si menano come fabbri e si mangiano la scena, le spaventose erinni e arpie, i dispettosi diavoli di Malacoda, gli iper-icastici Flegetonte. Ma poi gli inquietanti folli serpenti – che a mio vedere si sono giocati per sempre la salute mentale –, il misterioso criovelato Cocito, gli anfratti di Simoniaci e Ruffiani… Il pubblico sente l’energia di queste persone possedute da Dioniso, come una specie di animale. Si respira in maniera diversa. Ma più del pubblico sono gli stessi cittadini dei cori che usciranno cambiati per sempre da questa esperienza (34 repliche, più le prove, un enorme accampamento nel giardino del Rasi), un evento in cui si risvegliano forme che non avrebbero mai immaginato. Situazioni “estreme”, in cui le persone si riconoscono, si uniscono e dopo tenderanno probabilmente anche a dimenticare, perché, quando la vita normale riprende il sopravvento, c’è come un senso di paura, perché è come se si perdesse il controllo. E tutto ciò – ed ecco l’ineguagliabile maestria di Martinelli e Montanari – partendo da una sfida immane come la Divina Commedia di Dante. Sfida stravinta, tramite un progetto che supera da destra e con le corna le miriadi di altri tentativi di calare Dante nella meticciata complessità del contemporaneo mantenendone l’imperitura immensità poetica. Il capolavoro di Dante è spaventosamente arduo anche solo da leggere, figuriamoci da trasporre drammaturgicamente; prenderlo e decontestualizzarlo cercando semplicemente di evidenziarne l’attualità è operazione il più delle volte sì lodevole, ma sterile, algida, fine a se stessa. Con estremo acume, Montanari e Martinelli, invece, fanno loro lo spirito dei tempi di Dante, dando vita a una messa in scena gioiosamente essoterica i cui meccanismi – la sacra rappresentazione, il corteo, l’intera città come palcoscenico – arrivano direttamente dal medioevo, per fondersi con uno dei concetti più cari alle Albe, quello del “farsi luogo”, farsi comunità, in cui tutti i cittadini sono chiamati a partecipare. Così facendo – ed evocando lungo il percorso dantesco, in una sorta di metatesto, Simone Weil, Ezra Pound (il suo “everyman” qui è perfetto), Pier Paolo Pasolini, De Sade, Boccaccio e altri – l’Inferno delle Albe diventa un luogo di mirabili equilibri, in cui la vertiginosa poesia dantesca è realmente sublimata, è viva, è qui, ci avvolge e ci stordisce come non credevamo potesse, perché così non l’avevamo mai sentita. Questo Inferno è refrattario alla formalizzazione e più lo ripensi e lo lasci lavorare dentro di te, più cresce, ti parla, ti mostra altro, fino a divenire praticamente inafferrabile da qualsiasi tentativo di esaustivo racconto verbale. Questo Inferno può solo essere visto e vissuto.

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