Nulla sarà più come prima

Di regie innovative, “diverse”, di stacco ne abbiamo viste tante in ambito lirico, dal Ljubimov ferocemente contestato al Maggio Fiorentino del 1984 fino ai visionari Herzog e Wilson in tempi più recenti. Ciò che Romeo Castellucci ha fatto con il “Parsifal” che ha aperto la stagione d’opera del teatro Comunale – cent’anni dopo la prima rappresentazione italiana, sempre a Bologna – è però molto più di una regia visionaria. Qui non c’è un’opera messa in scena in una forma estetica e icastica nuova o sperimentale o proterva, qui c’è un’operazione immane di creazione artistica con cui il regista della Socìetas Raffaello Sanzio fonde melodramma e teatro contemporaneo (o forse sarebbe meglio dire arte contemporanea) per trasformarli in qualcosa di inedito, di sconvolgente, di rivelatorio, segnando un punto di svolta nella storia della cultura. “Parsifal” non è solo il capolavoro di Wagner ma è probabilmente anche l’opera più complessa di tutti i tempi, impregnata fino al parossismo nella dimensione misteriosa e indefinita del sacro. L’allestimento di Castellucci non ci parla però di redenzione o riconciliazione in senso religioso, ma della ricerca dell’uomo dell’apprendimento, della risposta alla inevitabile domanda metafisica “qual è il nostro Graal interiore? E dov’è?”. I tre atti di questo “Parsifal” rappresentano altrettanti stati mentali in cui è forse possibile trovare risposta al quesito. Nel preludio – con l’Orchestra del Comunale diretta da Roberto Abbado, nipote del compianto Claudio – un enorme ritratto di Nietzsche preclude la scena; come molti oggi, certo per ragioni diverse, il filosofo si scagliò contro la storia del Parsifal per poi rimanerne ammaliato dalla musica. Questa sospensione di giudizio è rappresentata dalle spire di un pitone albino issato a mo’ di orecchino sul ritratto. Poi il primo atto inizia nell’oscurità di una rigogliosa, palpitante e impenetrabile foresta, dove a poco a poco cominciano a delinearsi le figure del cavaliere narrante Gurnemanz (Gábor Bretz), del ferito Amfortas (Detlef Roth), della seduttrice e ambigua Kundry (Anna Larsson), di Titurel (Arutjun Kotchinian), vetusto custode del Graal e della Lancia Sacra, del “puro folle” Parsifal (Andrew Richards). I cavalieri del Santo Graal sono quasi invisibili, timorosi. In seguito Amfortas ci si mostra completamente, scopre la sua tremenda ferita (il dubbio della fede) rivelando il vuoto, nero e assoluto. Alla fine del primo atto, dopo che i cavalieri del Graal hanno inscenato una celebrazione rituale dell’Ultima cena, Gurnemanz chiede al giovane straniero Parsifal se ha capito ciò che ha visto. Il responso non può che essere muto, perché la cerimonia, così come il Graal che si era ordinato di scoprire, sono invisibili al pubblico, celati da un sipario bianco adornato di un apostrofo nero. Qui Castellucci – che comunque, alla riapertura del sipario, si affida a un enorme disco di indubbio significato – sceglie di ignorare la dimensione cristiana del Parsifal (oltre al Graal, che non si vede mai, anche la lancia sacra diventa mero simbolo). Nel secondo atto ci troviamo in un altro luogo mentale, bianco, asettico, vuoto. È il castello incantato di Klingsor (Lucio Gallo), condannato dai cavalieri e passato al lato oscuro della fede. Ma è anche un luogo-donna, il luogo della sessualità in senso lato, dove le “bellissime fanciulle” corrompono i cavalieri del Graal, il luogo dell’enigmatica Kundry, che ha sì portato il balsamo lenitivo ad Amfortas ma che ne è anche l’esiziale tentatrice. L’atto – che ci riporta alla mente alcune memorabili visioni della “Tragedia Endogonidia” – è un confronto tra l’io razionale, visto attraverso l’iniziale lista chimica di ciò che ci danneggia e di come curarlo, e l’aspetto sensuale profondamento innervato negli istinti umani. Fulcro della scena, oltre alla seduzione/allontanamento Parsifal-Kundry, è la coreografia bondage: la sessualità implica piacere e dolore. Klingsor lega le danzatrici e le lascia sospese in un momento di gioia e pena orgasmica, ma Parsifal rifiuta il dolore e slega una delle ragazze. Infine, l’atto terzo è il luogo della comunità, del noi. Una scena spoglia e sobria è popolata da una moltitudine di persone comuni. Pian piano si mettono tutte in cammino – e i protagonisti con loro – verso di noi. Sembrano tutte spinte da uno scopo comune (un ideale, una nazione), e avanzano per tutto il tempo, seguendo Parsifal verso una meta metaforica più elevata, per cui val la pena non fermarsi mai. Invano, però, perché alla fine Parsifal si troverà solo, anima smarrita, in una città capovolta. Il linguaggio di immagini di Castellucci è ricco di riferimenti, e come gran parte della partitura wagneriana le immagini non sono metafore di idee o spazi traslati, bensì sovrapposizioni di impressioni. Quando esaminata, la vastità di queste impressioni conduce a talmente tante conclusioni concettuali che nessuna di esse può essere identificata per quella assoluta. Ma proprio qui sta la potenza di questo Parsifal, la cui visione stimola dal primo all’ultimo minuto delle sue cinque ore spirito, intelletto e sensi, aprendoci poco per volta la porta spesso serrata di un’arte altra, ineffabile, emozionante.

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